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domenica 22 febbraio 2015

HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM…


DATA DI PUBBLICAZIONE: agosto 2013.
LABEL: Audionics [2013-02-2].
AUDIO: *****
NOTE: soundboard con lo spettacolo delle ore 14,30 di Houston del 28 agosto 1976.
Si tratta forse di uno dei peggiori live di Elvis.
Questa registrazione tratta dal mixer (audio eccellente) ci fa ascoltare Elvis in condizioni davvero pessime, in un periodo nel quale le sue precarie condizioni di salute condizionavano tutto.
Fu al termine di questa esibizione che richiamarono il dottor Nick, allontanato qualche tempo prima, contando su uno dei suoi “miracoli farmaceutici”.
Questo bootleg è un’importante testimonianza storica ma è destinato, sicuramente, a generare molte discussioni fra gli appassionati.

CANZONI: dal vivo a Houston, Texas. 28 agosto 1976. Ore 14,30.
01 See See Rider [incompleta]
02 I Got A Woman / Amen
03 Love Me
04 If You Love Me (Let Me Know)
05 You Gave Me A Mountain
06 All Shook Up
07 Teddy Bear / Don’t Be Cruel
08 And I Love You So
09 Jailhouse Rock
10 Fever
11 America, The Beautiful
12 Polk Salad Annie
13 Introductions by Elvis of Singers, Musicians
14 Early Morning Rain [John Wilkinson]
15 What’d I Say [James Burton]
16 Johnny B. Goode [James Burton]
17 Drum Solo [Ronnie Tutt]
18 Bass Solo [Jerry Scheff]
19 Bass Solo [Jerry Scheff]
20 Piano Solo [Tony Brown]
21 Electric Piano & Clavinet Solo [David Briggs]
22 School Days
23 Hurt
21 Funny How Time Slips Away
22 Can’t Help Falling In Love
23 Closing Vamp / Announcements


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Ed ecco una bella recensione del mio amico Roberto Paglia, inserita anche su Elvis Italian Collector Club, nella relativa scheda del CD.

«Elusivo e inafferrabile, quasi preferisse non farsi notare a causa delle voci che circolavano sul suo conto, il concerto del 29 agosto 1976 al Summit di Houston ha continuato a farsi desiderare per alcuni decenni, fino a quando qualcuno non lo ha rintracciato, per giunta in eccellente qualità audio. Nel frattempo però se ne era parlato parecchio, con toni aspramente negativi. La matinée di Houston è in effetti da sempre ricordata come una delle peggiori esibizioni di Elvis, al pari di quelle a College Park (27/28 settembre 1974), Hampton Roads (1 agosto 1976) e Baltimore (29 maggio 1977), per fare alcuni esempi sufficientemente esplicativi. Resoconti dettagliati di questa controversa data erano apparsi su alcuni dei più autorevoli libri dedicati ad Elvis: ne parlano infatti Jerry Hopkins nel suo "Elvis - The Final Years", Stein Erik Skar in "Elvis - The Concert Years 1969 - 1977", Peter Guralnik in "Careless Love" e Sebastiano Cecere in "Elvis in concert 1945 - 1977". A diverse di queste testimonianze viene posto il sigillo per mezzo della recensione dello show firmata da Bob Claypool (The Houston Post) nella quale l'autore, scrivendo da fan ferito, stronca senza appello la performance di Elvis, senza per altro dare l'impressione di esagerare.
Ascoltando il recente "Houston, We Have A Problem" della Audionics si arriva molto presto alla conclusione che quel giorno il cantante non si sarebbe dovuto presentare sul palco del Summit. Non si riesce a capire come Elvis, in condizioni di salute tanto precarie, potesse ancora esibirsi due volte nel giro di poche ore, tenere quindi un concerto la sera del 27 agosto (San Antonio) e un altro il pomeriggio del giorno seguente, senza beneficiare degli indispensabili tempi di recupero. Mentre il CD gira furiosamente, incurante di quanto sta sottoponendo alla nostra attenzione, siamo silenziosi testimoni di una disfatta annunciata, durante la quale Elvis lotta, ricorrendo a mestiere ed esperienza, non tanto per stupire e deliziare i presenti, quanto piuttosto per tenere in piedi lo spettacolo e, non ultimo, per svegliarsi. In questo senso il siparietto iniziale con J.D. Sumner, l'introduzione della band e più in generale l'interazione con il pubblico assumono i contorni di una recita, messa in atto per prendere tempo e racimolare un po' di forze. Senza soffermarsi su ogni singola canzone, "Love Me" sembra doversi protrarre all'infinito, solo perché Elvis continua a non ricordare di doverla chiudere, "All Shook Up", "Teddy Bear" e "Don't Be Cruel" sono pezzi di storia della musica gettati via e perfino un highlight del calibro di "Hurt" risulta mediocre. Il Re si scuote realmente soltanto quando esegue "America The Beautiful", il numero ad alto tasso patriottico inserito nelle setlist del 1976 per celebrare il bicentenario degli Stati Uniti d'America. Al termine di "Can't Help Falling In Love" si ha la netta sensazione che Elvis sia arrivato al limite, che non avrebbe potuto cantare una sola nota in più.
Durante la prima parte del tour Elvis ebbe libero accesso al fantasmagorico assortimento di "medicinali" che assumeva abitualmente. Gli effetti di questa catastrofica possibilità si fecero sentire immediatamente e furono alla base della debacle di Houston. Un avvicendamento di medici in corsa consentirà al'ennesimo giro di concerti di proseguire fino alla fine, senza risolvere il problema di fondo.
Perché Elvis continuò ad esibirsi quando parve chiaro a tutti che sarebbe stato meglio fermarsi il tempo necessario per curarsi e riprendersi? Inutile continuare a cercare il colpevole fra manager insensibili, mogli in fuga, amici opportunisti e fidanzate bambine, se non si parte dal presupposto che, prescindendo dagli altri, bisogna sapersi prendere cura di se stessi, avere le idee chiare, desiderare con tutte le forze il cambiamento, l'inversione di rotta, gli obiettivi da perseguire. Certo, a quanto ci risulta il Colonnello Parker non mosse un dito per impedire al suo protetto di salire sui palcoscenici americani, ma non avrebbe potuto fare diversamente, perché aveva un disperato bisogno di soldi e i tempi di Hollywood e delle stratosferiche vendite di dischi erano finiti da un pezzo. Per contro, on the road c'erano montagne di dollari da spartirsi secondo la generosissima regola del fifty-fifty stabilita da poco. Sfortunatamente anche ad Elvis serviva denaro, con la medesima urgenza.
Nonostante alcuni segnali di crisi la ditta Presley - Parker restò sostanzialmente fedele all'assioma "io manager, tu artista" secondo il quale, per mezzo di una rigida compartimentazione, uno dei due si sarebbe occupato della gestione commerciale mentre l'altro, libero da pressioni e grattacapi, avrebbe dovuto liberare il suo enorme potenziale artistico. Paradossalmente, se i confini fra arte e denaro fossero stati ancora più marcati tutto sarebbe filato liscio. In realtà furono proprio i sconfinamenti nei campi altrui e il mancato adempimento dei doveri sanciti dall'unione a generare problemi. Parker mise troppo spesso Elvis nella condizione di dover sottoutilizzare il suo straripante talento e di attingere da fonti compositive non sempre all'altezza, condizionando pesantemente il corso della sua carriera. Dal canto suo, salvo poche eccezioni, Elvis non si curò mai del destino delle sue canzoni, non si presentò preparato all'appuntamento con gli studi di registrazione, non promosse i suoi album e, ad un certo punto, smise semplicemente di incidere, in barba ai contratti firmati e alle preoccupazioni della casa discografica. Il pressante bisogno di liquidi derivante dallo sperpero fece il resto, costringendo la leggenda vivente e il maneggione, accomunati dallo stesso destino, a macinare insieme migliaia di chilometri. Apparentemente per sempre.
Mentre il CD si ferma, ci rendiamo conto che Houston non è altro che uno dei momenti in cui il peso di tante scelte sbagliate e delle decisioni non prese si fece sentire, presentando il conto. Ci resta la consapevolezza che dopo l'ascolto il nostro amore per Elvis non risulta intaccato di una virgola. Invece siamo tutti con lui e vorremmo salire sulla macchina del tempo, farci trovare fuori dal Summit di Houston e dirgli "vieni, adesso ti porto a casa". Dopotutto, di manager privi di sensibilità se ne trovano tanti, di persone in grado di rendere le nostre vite più belle ce ne sono pochissime».

5 commenti:

  1. Recensione scritta da persona altamente qualificata che ci descrive nel dettaglio i retroscena di quel concerto "particolare". Scheda molto interessante!!!

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  2. Grazie a Marco per l'inserimento della mia recensione e a Donny per il commento. Negli anni avevo letto del tristemente noto concerto di Houston su vari libri, e devo dire che l'ascolto del cd confermò in pieno le critiche negative. Buttai giù la recensione per fissare le mie sensazioni al riguardo. Che dire... fa male sentire un Elvis così.

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  3. Concordo pienamente con Donny per il commento, e anche con Roberto per dire che fa veramente male sentire Elvis in quello stato, se avessi potuto lo avrei aiutato eccome !!!!!! Un'abbraccio a Roberto e a Donny

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  4. Ricordo e esame pienamente condivisi dal sottoscritto, che ringrazia per la sensibilita' e l'obiettivita' l'autore di questa recensione. Non solo, non vi sono molte persone comprensive nel mestiere di artista (soprattutto non managers ed agenti - ne so qualcosa, dato che sono un attore ed un regista), ma non sembra esservi nemmeno comprensione da certi critici e giornalisti che preferiscono crogiolarsi nello scandalismo piu' gratuito ed inetto, invece di ricercare le ragioni umane (siamo tutti esseri umani, che ci piaccia o no), che talvolta portano un individuo a calcare una via erronea nella sua vita. E ve ne sono di persone sempre pronte a puntare il dito, senza mai soffermarsi un poco a riflettere (e non intendo allo specchio... sebbene, anche allo specchio, pensandoci bene - e a meno di non essere un "narciso" - si potrebbe scrutare le proprie, personali manchevolezze). Quanti, proprio sul Web sono sempre all ricerca di un qualche guazzabuglio o litigio, a volte senza motivo apparente. In questo caso pero', no, Roberto Paglia ha enunciato la natura stessa del male che non solo ha colpito Elvis Presley, ma anche altri artisti, in altri settori dell'Arte da decenni e da secoli.

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  5. Grazie per le belle parole, che condivido. Quando parlo di qualcosa o qualcuno, cerco di farlo con il massimo rispetto possibile, senza, appunto, puntare il dito. Di errori ne facciamo tutti, ma detesto la gente che sembra godere delle disgrazie altrui, che manca completamente di sensibilità. Di nuovo grazie.

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